Sponsor, aziende. Parliamone!

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Faccio una piccola riflessione sulla quale mi piacerebbe avere un vostro parere spassionato. L’argomento, venuto fuori in almeno 3 diversi blog, ha scatenato svariati commenti (ne hanno parlato DanieleLuciano ZaninJacopo): è dunque un tema “caldo” e, come tale, va affrontato, scandagliato e discusso. Quale tema? Quello degli sponsor! Sarebbe sciocco dunque non parlarne, visto che Postel è stata uno degli sponsor del FFR.

Racconto quindi in maniera completamente trasparente (ci provo!) il caso della sponsorship Postel al FFR09, nata nel modo più tradizionale possibile e sviluppatasi in modo completamente inatteso. Insomma, provo a spiegare come sia forse difficile dare un giudizio davvero univoco sulla questione :)

Partiamo dall’inizio. Qualcuno ai piani alti propone: perché non partecipare al FFR? E’ un’ottima occasione per “sviluppare contatti” con potenziali clienti, consolidare quelli già acquisiti, avere visibilità. Il Festival è alla sua seconda edizione, i partecipanti sono molti di più, ci vanno anche i nostri competitor. Secondo passaggio: chi ci va? Le persone che si occupano di ambiti “utili” per il non profit, ovvero il marketing (servizi di comunicazione diretta), l’area dati (liste, normalizzazione, gestione database…), i commerciali di riferimento per il non profit.
Terzo passaggio: di cosa parliamo nella relazione? E qui …è partito un brainstorming che ha causato un’improvvisa sterzata. Devo ammetterlo: è stata una vera e propria scommessa. “Abbiamo bisogno di una ventata di novità, ma vera”, ha detto qualcuno. “Perché?” ha risposto cautamente qualcun altro. Perché qualcosa sta cambiando. La “ventata” è forse la risposta a un insieme di spifferi che, se solo ci si fa attenzione, già si sentono… eccome! Sono tanti e arrivano da molte direzioni: si percepisce (dalle ricerche, certo… ma anche “a pelle”) che c’è una forte spinta all’innovazione (una necessità, forse) e a un ripensamento degli ambiti e dei mezzi/modi di fare fundraising. In Postel (che storicamente segue un gran numero di realtà non profit, dalle più piccine alle più grandi) da qualche tempo è stata strutturata una nuova offerta integrativa, che riguarda l’online e la pianificazione integrata su mezzi tradizionali e non. Un’offerta che ancora non era stata presentata al mondo delle onp. La scommessa è stata: ce la sentiamo di “coinvolgere” nella discussione sui mezzi anche i fundraiser? E se sì… come?
Da qui l’idea di ascoltare la rete e proporci “in rete”, direttamente a chi di fundraising si occupa. Non per “catturare clienti”, ma per confrontarsi.E, soprattutto, ascoltare. Perché un conto è dire “vendiamo anche roba di web” e un conto è CAPIRE che tipo di strategie sono considerate importanti in quest’ambito così delicato, nel quale la partecipazione dei navigatori (non voglio chiamarli potenziali donatori e nemmeno utenti, consumatori o user!) è il primo, vero obiettivo. Un ambito che (a differenza del b2c online tipico delle aziende rivolte a potenziali “acquirenti” di prodotti) si fa davvero “ambiente” d’incontro, anche – perché no – di educazione all’ascolto e ad un coinvolgimento etico di carattere differente, realmente sociale.

Proporci in rete, dicevo. Ma esclusivamente per confrontarci. Per lanciare idee non come ami, ma come spunti di riflessione. Per “entrare” nelle discussioni, esserci, contribuire. Il blog è nato per questo. Per aprire un canale. Con voi. Inizialmente come “temporary blog”, partendo dal presupposto che al FFR ci saremmo stati anche noi. Dire a chi sarebbe stato al Festival che ci avrebbe trovati là. Pronti a metterci in discussione e a continuare, anche DOPO.

La nostra “sessione” (mannaggia a voi che non c’eravate, eh) non è stata affatto convenzionale. Abbiamo proposto un approccio, non un kit di prodotti. Abbiamo parlato di integrazione di strumenti, di domande aperte, di pianificazione. Abbiamo lanciato idee, non necessariamente legate ai servizi offerti da Postel. Abbiamo parlato di quella che personalmente ritengo una vera rivoluzione, talmente grande che perfino un’azienda come la nostra ha ricevuto un “pungolo” (il famoso “nudge” che ora leggete nell’header di questo blog), una spinta, timida ma impossibile da ignorare. E dunque al FFR eravamo sì al banchetto appositamente allestito per gli sponsor, avevamo certo le brochure (anche i “gadget”, come li chiamano i comunicatori vecchio stampo… a me vedere gli zainetti verdi in giro per le Terme ha fatto venire in mente più il viral marketing, ma questo è un discorso a parte), eravamo certo in cerca di contatti commerciali. Eppure non è stato solo questo. La nostra relazione è stata un ulteriore momento di confronto e di sprone reciproco; i miei incontri “in giro” sono stati personali, di puro “scambio”. Ho provato grandi emozioni. Per me è stato più importante vedervi, chiacchierare, fotografare, “prendere appunti”. Entrare in un mondo vivo e pulsante e lasciarmi trasportare. Ho vissuto “dal vivo” quello che si vive con i social network: condivisione, confronto, co-costruzione. E questa non è solo una gratificazione personale (della serie “ora li conosco” e poi “hanno citato il blog, contiamo le pagine viste” etc.), ma anzi è un punto di partenza. Ascoltando le necessità, bisogna poi mettersi in gioco per trovare insieme soluzioni. E non è facile! Come tutti voi sapete, questo mondo è ancora chiuso (non molti si “scambiano” dati, case histories, numeri; pochi sanno “abitare” i canali web; pochi ci investono in strategia; pochi ci credono). Eppure in rete qualcosa si muove, io lo sento e so che anche voi lo pensate (e da un bel po’, voi! ma mica tutti sono come voi!). E anche il “nostro” mondo, quello degli sponsor, è ancora chiuso. Ha logiche che a volte sembrano “antiche”, superate. Sicuramente, come voi stessi dite, non bastano più.

Questo blog è solo uno spiraglio, ma forse sta anche a voi farvi sentire, siete o non siete fruitori di servizi? Voi per primi dovete pretendere. E pretendere significa da un lato dare pagelle con voti bassi (ma farlo anche sapere ai diretti interessati! non è che lo so soltanto io perché vi leggo?) e dall’altro esprimere apertamente le vostre necessità, dichiarare le vostre aspettative.

Cosa volete che facciano gli sponsor (oltre, ovviamente, a pagare)? Lancio qualche idea io per prima: che non siano solo “sponsor” silenti. Che non siano meri venditori di prodotti. Che ascoltino. Che si mettano in discussione. Che siano trasparenti. E sono convinta che si possa fare, che anche il mondo profit possa (debba!) farlo.

7 risposte a Sponsor, aziende. Parliamone!

  1. simona scrive:

    questo post “chiama”.. spero di non essere troppo invadente, se è così accetterò ogni tipo di moderazione.

    è un post “nudge” in senso stretto, che spige, pungola, in un duplice senso: verso gli sponsor (profit) e verso le associazioni no-profit.

    a questo punto, per entrare nel merito della parte finale del post, mi viene di procedere in questo modo: contestualizzare una parte che traggo dal testo “la spinta gentile”…

    provo.. poniamo il caso di dover stavolta scegliere e co-progettare che tipo di relazione debba esserci tra contenuti, vocazione e stile del festival e gli sponsor..abbiamo forse le seguenti alternative:
    – lasciare che gli sponsor facciano gli sponsor in senso tradizionale e classico del termine (banchetti, brochure, regalini, ecc…)
    – scegliere una presenza che faccia massimizzare i contatti utili per gli sponsor in modo tale da rinnovare il loro interesse nei confronti del festival dell’anno prossimo per assicurare interventi di testimoni significativi
    – co-definire una presenza che favorisca la valorizzazione e la diffusione dei messaggi e dei contenuti fondamentali del festival
    – non porsi il problema, puntando ai contenuti, ma restando disponibili all’eventuale rischiesta di strutture/spazi da parte degli sponsor

    ecco, potremmo inventarci tante alternative per tentare di uscire dalla finta dicotomia tra homo oeconomicus e homo sapiens..magari una partita di calcetto sarebbe meglio….

    Magari l’opzione tre potrebbe essere preferibile..
    Quindi il primo passo che mi viene in mente è quello di attivare una relazione, una vera partnership, finalizzata alla costruzione di un’architettura più grande e comune o una sceneggiatura, come si preferisce, in cui il raggiungimento degli obiettivi del festival, ad esempio, e del dopo-festival (onda lunga), sia garantito da una coerenza interna e portato avanti con uno stile che anche gli sponsor possono adottare, e che permetta allo stesso tempo a questi ultimi di raggiungere i propri obiettivi.

    Ma ci sono due cose fondamentali da considerare: il potere dell’inerzia dovuta a tante cose tra cui l’habitus di ciascun attore; il fatto che su questo potere si può lavorare per trasformarlo in risorsa. E’ energia a costo zero l’inerzia. Come trasformarla in risorsa?

    Quali sono le opzioni che diamo per default? Spesso l’innovazione e il cambiamento passano proprio per quella strada.. anche per costuire architetture o sceneggiature inedite..

    simona

  2. emmapostel scrive:

    Cara Simona,
    non sei invadente, anzi :)
    Le “opzioni” che elenchi sono in realtà tutte interessanti (tranne la prima, ma solo perché è una pista già conosciuta e battuta).
    La prima, appunto, è l’opzione “lasciamo le cose come stanno”.
    La seconda è sicuramente molto intelligente (a livello di strategia… economica, nel senso che il fundraiser non si “apre” allo sponsor, ma lo “agevola” a livello di profitto e basta).
    La quarta è un po’ una versione “social” della seconda: non ti garantiamo contatti, ma se sei sufficientemente creativo ti consentiamo di esserlo. Sta però a te, come azienda, dimostrare di essere “diverso”.
    La terza, come dici tu, potrebbe davvero rappresentare una… vera novità, perché pone profit e non profit su uno stesso livello di dialogo e scambio, utile alla costruzione di obiettivi comuni.
    Parli di trasformare l’inerzia in risorsa: aiutami a capire si come potrebbe fare! Innovazione, cambiamento… come?

  3. […] Tarozzi, Natascia Astolfi, Raffaele Picilli, Luciano Zanin a cui si sono aggiunti nuovamente Emma Ciceri ed anche Jacopo […]

  4. luciano zanin scrive:

    Ciao Emma, vedi che è venuto il momento di intervenire sul tuo blog….
    La mi esperienza è soprattutto nonprofit e quindi mi trovo meglio a parlare da lì.
    E da lì, o meglio da qui, vedo una grande difficoltà a ipotizzare relazioni diverse da quelle tradizionali che prevedono che il profit paga e il nonprofit fa, perchè il primo è “brutto” e il secondo è “bello” di default.

    Non credo sia una questione di strumenti, quelli di trovano o si inventano, credo sia una questione culturale, perchè nonostante se ne parli e se ne dica, risulta ancora molto difficle ipotizzare vie nuove o diverse per sviluppare i rispettivi “core business” o “mission”.
    Continuo a credere che ci sia un modo migliore di quelli che già conosciamo per fare il bene comune e farlo all’interno delle regole dell’economia di mercato, però quella originale, come dice Zamagni, quella che come scopo la creazione del bene comune.
    Il non profit è realtà molto articolata, pensare al non profit solo in termini di organizzaizoni non governative o umanitarie è vedere solo una parte di quel mondo. All’interno del non profit ci sono oltre 7000 coopertaive sociali, oltre 4000 fondazioni, 290.000 associazioni di volontariato e di promozione sociale… gran parte di queste sono piccole o medio piccole e lavorano a livello locale e territoriale; lì c’è humus, secondo me, lì ci sono valori, capacità e voglia di fare, non c’è inerzia, ma energia, fiducia nel futuro e disponibilità al cambiamento, in quantità maggiore di quello che normalmente si pensa.

    Ciao e buon lavoro

  5. emmapostel scrive:

    Caro Luciano, che bello leggerti :)
    La questione che poni è molto interessante: hai fatto un “balzo” dal mondo del Festival dedicato al FundRaising (solo parzialmente rappresentativo, anche per una questione di …spazi!) all’universo del non profit, fatto di un infinito numero di realtà differenti ma, come dici tu, accomunate da quell’humus che Simona aveva chiamato “movimento”. Tu giustamente sottolinei che questa energia e fiducia nel futuro ci sono. Parti da quella che è la meta (oltre che essere… teoricamente… anche il mezzo), ovvero il bene comune.
    Forse allora, perché no, il dialogo tra queste realtà e il mondo profit potrebbe mirare a co-costruire strumenti che consentano di “mantenere vivo e alimentare” questo mezzo-obiettivo, ovvero, per farla breve… se è una questione culturale, bisognerebbe affrontarla “agendo” anziché ipotizzando. L’inizio potrebbe essere sperimentale, ma se i risultati sono buoni il passaparola è sicuramente rapido.
    Mi piacerebbe moltissimo creare un network di confronto al quale tutti, dai grandi ai piccoli, dalle associazioni alle ong, dagli sponsor ai fornitori di servizi, possano partecipare, cercando insieme soluzioni di volta in volta utili per differenti scopi. E non parlo solo di network “virtuale”, ma anche, ad esempio, di “spalmare” territorialmente dei micro-eventi o micro-tavoli d’incontro, ad esempio, in vista del Festival (che attualmente è unico nel suo genere in Italia) o per chi al Festival non può partecipare.

  6. luciano zanin scrive:

    beh… io si sono , sia per il network, sia sul territorio e “agisco” tutti i giorni un po’…

    Se posso esser utile….

    Ciao e buon lavoro

  7. simona scrive:

    eccomi,
    parto dalla mia esperienza per spiegarmi meglio (spero). Io lavoro in un’associazione no-profit volta allo sviluppo e alla diffusione di metodologie partecipative, democratiche, bla bla bla, di ricerca e formazione (roba da codici ateco).

    All’interno del gruppo di soci fondatori viviamo un’apparente tensione tra diverse dimensioni, in questo caso ne abbiamo addirittura almeno tre: business/sempre inteso in senso associativo; culturale – con le attività, gli eventi, la formazione, ecc..; scientifica – con le pubblicazioni. Ogni volta che una società, partnership/rete europea o altro, ci chiede di lavorare insieme su progetti di vario tipo ci chiediamo sempre un mucchio di cose: commerciale o no-profit, scientifico o fuffa, cultura o consulenza….

    improvvisamente le nostre energie, voglia di fare, creatività, competenze, ecc.. si trasformano in apparenti tensioni, false dicotomie, che generano, a lungo andare, inerzie.

    Abbiamo provato, da bravi riflessivi, a lavorare in due direzioni:
    – valorizzare queste tensioni come energia sottesa all’espressione della “differenza” che c’è al nostro interno e quindi come modalità di capitalizzazione e riconoscimento dello specifico valore aggiunto di ciascuno
    – lavorare sull’inerzia, che è anche meccanismo di difesa oltre a tante cose

    Il secondo punto è importante se pensiamo di voler attivare, innovare, cambiare, senza escludere. Altrimenti il prezzo da pagare è quello di trasformare larga parte della popolazione in “emigranti non più cittadini”. Se pensiamo poi ai dati demografici questa cosa diventa sempre più evidente.

    Cosa sta uscendo fuori da questo lavoro sull’inerzia?
    …alla prossima puntata…
    altrimenti i miei commenti diventano peggio dei rotoloni regina :))))

    simona

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